Esposizione di scultura ceramica contemporanea di MARIANO FUGA presso l'hotel ZUM ROSENBAUM di Nalles (Süd Tirol/Alto Adige)

Se la mostra perfetta, l’idea platonica di esposizione d’arte, per così dire, è quella in cui meno avvertibile appare l’intervento di chi l’allestisce, ma ogni pezzo trova il suo giusto posto senza forzature, quasi gli fosse riservato da sempre, allora possiamo dire che questa di Mariano Fuga a Nalles ne fornisce un esempio ben riuscito.

La tranquilla naturalezza con cui i diversi personaggi si sono ambientati nel zum Rosenbaum ci induce addirittura a immaginarli mentre si alzano in volo da Gargnano come una flottiglia ben disciplinata, le braccia in avanti a fendere l’aria e le bocche aperte in un gioioso evvài collettivo, per planare dolcemente in quel di Nalles, trovandovi un’ agevole collocazione en plein air fra i roseti veri e quelli dipinti, in un ordine sparso che sembra interpretare alla lettera i propositi della galleria Gulliver di “seminare arte”.

Mentre i loro compagni si sono sistemati in prevalenza nel giardino, le signore (che non sono semplicemente la versione in gonnella dei prototipi maschili, ma appaiono dotate di spiccata personalità nonché di un guardaroba ben fornito in cui la salopette in lamé arabescato si alterna al tubino animalier), hanno preferito alloggiare con ogni confort all’interno, evidentemente sedotte dagli ambienti accoglienti e dall’ottima cucina dell’albergo, di cui sembrano cantare le lodi, in uno jodel spontaneo di compiaciuto godimento.

Per meglio intonarle alla nuova sistemazione, con apprezzabile slancio cavalleresco, il loro creatore le ha circondate di rose, classico attributo di Venere, di cui le vispe matrone offrono una versione più casalinga e rotondamente borghese, anche quando compaiono entro recinti floreali che rimandano a immagini di eteree Madonne gotiche nel loro hortus conclusus di roseti, gigli e fiordalisi.

Meno sognatrici dei loro uomini, non si avventurano infatti in rischiose (e forse solo immaginate) imprese di voli, giravolte e tuffi carpiati ma si tengono coi piedi ben saldi a terra, talvolta su alti basamenti fioriti oppure al riparo di siepi multicolori composte da minuscole terre sigillate che esplodono tutt’attorno a loro come fuochi d’artificio, in un tripudio generale di rosette improntate a stilemi d’eleganza déco, a metà fra il timbro di ceralacca e il petit four alle mandorle.

Questa umanità lillipuziana dai tratti stenografici, in cui l’evidente ironia si vena di tenerezza, non è frutto di una nascita improvvisa, ma anzi potremmo dire che riassume in sé, leggibili in trasparenza come in una sorta di filogenesi artistica, tutte le precedenti tappe evolutive di un percorso lungo e articolato. Dall’iniziale imprinting scultoreo, così stilizzato e rigoroso da sfiorare l’astrattismo, alla sensibilità materica tipica delle esperienza informali, alla vena surreale riaffiorante come un fiume carsico in ogni fase della carriera del loro creatore.

Gareggiando in acrobazia coi suoi personaggi, Mariano Fuga riesce magicamente a tenersi in equilibrio fra figurazione e stilizzazione, raggiungendo esiti di un minimalismo che non sconfina mai nel disadorno, in un’apparente semplicità che è invece calibrato rapporto formale. Gioco virtuosistico che appare del resto ben visibile anche nella capacità di realizzare continue, apparentemente illimitate, variazioni sul tema, all’interno in un processo di iterazione che riesce a non diventare mai ripetizione.

Si tratta talvolta di dettagli quasi impercettibili all’interno di una stessa tipologia: un grado in più o in meno nell’inclinazione del capo e del busto, una diversa divaricazione delle gambe, il ribaltamento della posa, il mutare del sostegno, un cambiamento di colore o di disegno all’interno di un apparato sartoriale già ridotto all’essenziale, che permettono comunque ad ogni personaggio di affermare la propria individualità.

In realtà più che di raffigurazioni singole, bisognerebbe parlare di vere e proprie azioni teatrali che mettono in scena mini-drammi fulminei, facendo di questa esposizione un happening corale a cielo aperto. Le performances di alterna modalità dal giardino si propagano anche all’interno dell’albergo, dove i protagonisti si appostano negli angoli, sulle mensole e i banconi, oppure pendono dai soffitti, ben mimetizzati fra gli arredi, i lampadari e il vasellame ma pronti ad esibirsi a sorpresa in uno suggestivo intreccio fra realtà e finzione da Living Theatre d’annata.

Anche in assenza del tradizionale impianto scenico, si tratta comunque di “teatrini”, appartenenti di diritto a quella tradizione colta e ricca di rimandi che da Martini e Melotti giunge fino a Umberto Piombino e Louis Cane, in una comune tendenza all’antiretorica, al rifiuto del gesto clamoroso. Non a caso, uno dei meriti non secondari di Fuga sta proprio nell’aver ampliato il senso dell’espressività corporea, caricando di nuove, gioiose implicazioni quell’alzarsi delle braccia al cielo che, dalle prefiche dipinte sulle anfore del Medioevo ellenico, alle innumerevoli Maddalene al Calvario, fino alle donne di Guernica e ai Cavalieri di Marino Marini, si è associato in genere alla disperazione.

Sotto la nonchalance del gesto misurato, si cela una sapienza ceramica ben dissimulata ma che emerge nel trattamento delle superfici mat rivestite di ingobbio bianco, di volta in volta scabre, graffite o levigate, associate a limitati interventi cromatici, in una tranquilla padronanza dei mezzi che permette a Fuga di osare l’impiego dell’oro senza vederlo sfociare in qualche inopportuna chiassosità di marca pop.

A ben vedere, questa rappresentazione compendiaria degli esseri umani che rifiuta la scorciatoia dell’iperrealismo praticata da molti, in questi anni, mette in moto la nostra immaginazione, facendoci intravvedere un mondo parallelo che forse ci rispecchia e ci costringe ad interrogarci sulla vera personalità di queste figure perennemente in bilico fra l’Evviva ! e l’ Aiuto!.

Dell’iniziale natura di cuchi, cui va in parte ricondotta la loro fisicità ridotta ai minimi termini, hanno conservato qualche tratto giocoso, da moderna Commedia dell’Arte, che ci permette di sbizzarrirci nell’interpretarli come esuberanti testimonianze di contemporaneità: vocalist in abito da sera su fiorite ribalte sanremesi, saltatori da tappeto elastico, ginnasti in gara, performers di arti varie, tenori impegnati in un do di petto, corridori al traguardo, naufraghi aggrappati allo scoglio, scopritori entusiasti, lanciatori di aquiloni ambosessi.

E se gli omini volanti, in transito apparente fra un trampolino e l’altro di quel gran circo che è la vita, ci strappano un sorriso, sono i tuffatori in calottina e braghe al ginocchio – sempre in bilico su altissime colonne-trampolini fatte di dischi marmorizzati simili a variegate meringhe d’alta pasticceria, (arte che, come si sa, s’associa alla ceramica ben fatta) - a turbarci di più.

Forse perché a vederli così, fermi come antichi stiliti, eternamente bloccati nell’attuazione imminente di un proposito che non si trasforma mai in azione, novelli Didi e Gogo en attendant Godot, ci appaiono all’improvviso la rappresentazione poeticamente inesorabile della precarietà del nostro vivere quotidiano, simboleggiata da quel grido muto che non riesce a sgorgare.

Eppure, nel silenzio assoluto delle notti di Nalles, rotto appena dal crepitìo delle Marlene che si fanno grandi sui rami dei meli lungo i filari allineati con la squadra, c’è chi giura di averli sentiti cantare, seguendo il ritmo dei petali di rosa scompigliati dal vento.

Mariagrazia Morganti
aprile 2013


Galleria Gulliver
via Mentana 6
50037 Marciana Marina (isola d'Elba – LI)
www.gulliverarte.com gulliver@gulliverarte.com

Hotel Zum Rosenbaum
Fam. Pristinger
Goldgasse 3
39010 Nalles (Alto Adige – BZ)
www.rosenbaum.it info@rosenbaum.it
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